Il cielo dei poeti, i poeti del cielo


La letteratura ha sempre associato gli astri alle divinità (vedi Dante). la rivoluzione copernicana ha cambiato tutto (vedi Leopardi, ma anche Pascoli…)

In letteratura, gli astri compaiono sin dai testi antichi collegati a divinità(Mercurio, Venere, Marte…) e inseriti in un ordine cosmico da decifrare. Dante,che era convinto che, pianeti e Sole a parte, le stelle fossero fisse in un unico cielo, non vuole soltanto rivederle uscendo dall’Inferno, ma vuole ascendere per comprenderle e per poter poi inserirsi nel movimento d’amore che le fa ruotare, assieme al sole, per il desiderio di unirsi a Dio.

Ma con la svolta copernicana la Terra perde il suo posto centrale nell’universo e gli astri non hanno più un senso proprio: «Che fai tu, luna, in ciel?», si chiede Giacomo Leopardiattraverso la semplice e terribile domanda di un pastore che vaga in Asia con il suo gregge, e in effetti a dubbi profondi come questi tenta di rispondere molta letteratura romantica e moderna, a volte creando nuovi miti che partono non dalle storie antiche o dall’astrologia, bensì dalle osservazioni scientifiche più recenti, per trovare però un significato ancora nascosto.

Così ha fatto Giovanni Pascoliin un suo poemetto intitolato Il ciocco, compreso nella raccolta dei Canti di Castelvecchio (1903). Nella sua prima parte ci troviamo in Garfagnana mentre, durante una veglia contadina, viene bruciato un grande pezzo di legno con un formicaio: e si parla della comunità delle formiche come di un microcosmo. Nella seconda, uscendo all’aperto nella stessa limpida notte di novembre, il poeta vede che il cielo brilla «d’un infinito riscintillamento» e comincia a immaginarsi la Terra come piccola sfera lanciata a velocità folle, e poi il Sole, la Galassia, insomma il macrocosmo inteso come uno scenario immenso in cui compaiono «lampi dalle freccie de’ sagittari» o «guizzi dalle corde/ delle aeree lire». Pascoli conosceva le opere dell’astronomo e divulgatore francese Camille Flammarion, tuttavia non rinuncia ad animare l’Universo di nuove componenti mitologiche, insomma a ridare una vita immaginaria a quello che, altrimenti, sarebbe solo uno sterminato territorio di morte. Proprio come in un ciocco si possono trovare esistenze piccole ma meravigliose, così nello spazio siderale si possono trovare le tracce della fantasia umana, che ha dato il nome di Leone o di Orsa a gruppi di stelle, magari lontanissime tra di loro. E il poeta-fanciullino, capace di seguire l’immaginazione più pura, può riuscire nell’impresa di cogliere un legame tra la nostra capacità di fantasticare e l’intima costituzione dell’universo.

Ma un secolo dopo, nelle due poesie intitolate Supernove e pubblicate nel 2008 in Pitture nere su carta, un altro grande poeta da poco scomparso, Mario Benedetti,ci presenta invece uno spazio privo di miti. Una stella che esplode è descritta come «grande nube. Bianca, fucsia. Bianchi,/ innumeri frammenti nel nero», perché non ci sono esseri soprannaturali ad abitare l’universo. Resta la possibilità di leggere l’oscuro arabesco che è adesso il cielo, osservato attraverso i super-telescopi, tuttavia non abbiamo codici specifici per interpretarlo. Benedetti prova a farlo citando e scomponendo versi del Paradiso dantesco, ma il risultato è che, nella profondità del cosmo, non sappiamo più trovare nessun segnale divino. Almeno per ora, a noi giunge solo un’«eco di luce che non da sé è vera».

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